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2 agosto 1980, il mio ricordo

Ravenna, Milano, Ivrea

Nel 1980 avevo 23 anni, mi ero laureata  in fisica a Bologna a dicembre del 1979 (il 19 per la precisione). I primi mesi dell’anno frequentavo la Scuola di specializzazione in Fisica Sanitaria (che poi non ho terminato). A marzo l’Olivetti mi contattò. Due colloqui, prima a Bologna e poi a Milano e nel giro di un paio di mesi o poco più mi assunsero a tempo indeterminato come Analista EDP nella divisione Marketing Mondo. Iniziai a lavorare il 1 luglio del 1980 in via Ripamonti a Milano e lasciai la fisica per l’informatica e il marketing.

Dopo un paio di settimane mi dissero che avevano piacere che andassi a lavorare a Ivrea, Palazzo Uffici 6° piano – ala B, dove c’era la direzione Marketing Mondo. Volevano mettermi in condizione di ricevere la migliore formazione possibile e quindi era meglio essere nella sede centrale. E così mi spostai ad Ivrea. Abitavo in hotel perché, assunta a Milano, ero in trasferta.

Per questo motivo, per tutto il periodo in cui ho lavorato in Olivetti ho continuato a rientrare a casa tutte le settimane. Il fine settimana in hotel non era il massimo. Così, andavo avanti e indietro da Ravenna in treno. Partivo il lunedì mattina all’alba: c’era un treno alle 4,30 per Bologna, poi cambiavo e prendevo il treno per Milano. Da Stazione Centrale in taxi arrivavo a Piazza Castello e da lì prendevo il pullman dell’Autostradale per Ivrea. Rientravo il venerdì pomeriggio. Da Ivrea c’era il pullman Olivetti fino a Piazza Castello, poi taxi e poi treno fino a Bologna e poi ancora treno fino a casa.

Quel sabato 2 agosto 1980

Mi dissero che ci sarebbe stata una importante riunione il pomeriggio del venerdì 1 agosto e che era il caso che partecipassi. Pensai, ok, nessun problema rientro venerdì sera a Milano, dormo lì e il sabato mattina, 2 agosto, parto prestissimo per Bologna. Allora non c’era certo la Frecciarossa. L’arrivo a Bologna mi avrebbe consentito, ritardi permettendo, di prendere un treno per Ravenna verso le 10,30. Comprati i biglietti, avevo avvertito a casa e tutto era organizzato. Facile.

All’ultimo momento la riunione saltò. Era caldo, volevo andare al mare. Facendo i miracoli e i biglietti in treno con tanto di sovrapprezzo (allora Internet non c’era per prenotare online), riuscii ad arrivare a Ravenna il venerdì sera tardi. Dopo le 21.

Proprio perché era tardi, a Bologna mi fermai a prendere un toast al bar del binario 1. Come al solito o meglio, come spesso mi capitava. Infatti era diventata quasi un’abitudine. Anche quando andavo ancora in università e dovevo rientrare a casa: facevo un salto al binario 1 e compravo qualcosa al bar che si affacciava sul binario. Di solito una brioche o un toast. Le persone del bar erano gentili. Sempre un sorriso.

Se poi avevo tempo andavo in sala d’aspetto a mangiare. Ci stavo bene in sala d’aspetto. Era comoda. Quel venerdì sera no, non mi sono fermata in sala d’aspetto. Ho preso al volo il toast e sono partita subito per Ravenna.


E così il 2 agosto avrei dovuto essere lì, avrei preso la mia brioche e sarei andata come sempre in sala d’attesa. Invece no, mi sono salvata.

Quando la mattina del sabato sentii la notizia, fu come ricevere un colpo al cuore. Non volevo crederci. Ero a Cervia con amici, al mare.  Rientrata a casa subito, sono rimasta incollata alla televisione per 2 giorni. Disperata, sconvolta.

Lunedì 4 agosto 1980, Ravenna

Ma il difficile doveva ancora venire. Il lunedì mattina, 4 agosto, dovevo rientrare a Ivrea. Sono partita all’alba, da Ravenna. In treno non dormiva nessuno, come invece accadeva sempre. Erano tutti svegli. Parlavano tutti. Come sarà a Bologna? Potremo prendere il treno? Ci saranno problemi?

E poi: quanti morti, speriamo che i feriti si salvino tutti. Ognuno raccontava una storia di una vittima che aveva letto nel giornale. C’era quasi una specie di eccitazione.

Lunedì 4 agosto 1980, Bologna

Poi siamo arrivati a Bologna e il silenzio è sceso. Eravamo in piedi pronti per scendere, non abbiamo guardato fuori dai finestrini. Siamo scesi e solo allora abbiamo alzato lo sguardo. La stazione era là.  Uno squarcio immenso.

Siamo scesi lentamente nel sottopasso. Un odore acre, misto di polvere e morte . Non l’avevo mai sentito prima e non l’ho mai più sentito. Un odore che non voglio sentire mai più.

In silenzio abbiamo camminato nel sottopasso. In fondo si vedevano le macerie. Poi, lentamente siamo saliti al binario. Il primo libero e quindi il più vicino alla stazione. E allora abbiamo guardato.

In un silenzio spettrale. Io ho abbassato lo sguardo quasi subito, non ce la facevo. Gli occhi pieni di lacrime, il cuore spezzato. Faceva freddo. Io avevo freddo anche se era il 4 agosto. Non sentivo il peso della valigia, ma mi tremavano le gambe.

Poi è arrivato il treno per Milano. Veniva dal Sud, era pieno. Non dormiva nessuno. Tutti i finestrini erano aperti, tutte le persone erano affacciate. In un silenzio assordante.

Si è fermato. Hanno aperto le porte e non è sceso nessuno. Ci siamo voltati ancora una volta e poi siamo saliti. In silenzio. Seduti. In silenzio. Il fischio lacerante del capotreno e la partenza per Milano. E allora qualcuno si è soffiato il naso, altri si sono asciugati gli occhi. Io avevo il respiro rotto.

Il venerdì successivo, avevano ripulito un po’ la stazione. Poi mi concessero due settimane di ferie. Rientrai a fine agosto. Avevano risistemato molto. Tutti avevano voglia di ricominciare.

Dimenticare?

Quel colpo al cuore lo risento ancora, ogni 2 agosto, ogni volta che passo davanti alla sala d’aspetto e guardo la parete di vetro che ricorda l’esplosione.

Entrare in sala d’attesa? Anche se sono passati decenni, non se ne parla. Anche se fuori è caldissimo oppure è freddo e avrei bisogno di riparo. Preferisco rimanere in piedi, sul marciapiede, oppure faccio un giro nei negozi vicini. Ma in sala d’attesa no, non entro. Non posso dimenticare, non riesco a dimenticare.

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