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Tutta colpa del FreelanceCamp. Il mio contributo all’edizione 2020

Tutta colpa del FreelanceCamp. Il mio contributo all’edizione 2020

Ho incontrato il FreelanceCamp casualmente, 4 anni fa. 4 anni sono niente ma a me sembra sia passato un secolo!

Tutto è iniziato nel gennaio 2016 quando decido di frequentare un corso Digital Update: Facebook advertising, tenuto da Enrico Marchetto. Mi serve per approfondire un po’ l’argomento visto che sto valutando azioni di adv per la mia azienda. Il corso è comodo, a Bologna, la mia richiesta convincente e quindi l’azienda accetta la mia proposta. Vado.

Rivedo Alessandra dopo tanto tempo (la nostra è una conoscenza di lunga data, siamo anche state colleghe!) e incontro Silvia per la prima volta.

Il corso mi piace molto (non poteva essere altrimenti con Enrico Marchetto come docente), ci prendo gusto e ne faccio un altro a giugno. E qui scappa fuori il FreelanceCamp, in programma per il 10 e 11 settembre 2016 a Marina Romea. Non lo conosco, non ne ho mai sentito parlare, cos’è? Dai, è interessante, perché non vieni? (questa è Silvia), iscriviti! (questa è Alessandra).

Ok, è a Marina Romea, vicino casa, settembre non è più un gran caldo, si può fare: mi iscrivo.

A me, da sempre dipendente e senza aver mai avuto occasione di collaborare con freelance, è stato come visitare Marte.

Partita iva, Commercialista, Fatturazione, Problemi di incassi. Nessuna esperienza.

Strategie del freelance: istruzioni per l’uso su come muoversi, come proporsi al mercato, l’attenzione alla propria reputazione e la necessità di una strategia di personal branding, l’inbound applicato a sé stessi, e molto, molto, molto altro. Esperienze a confronto, narrazioni e spunti di riflessioni condivisi, discussi. Momenti di conoscenza e networking.

Al “sicuro” nella mia torre aziendale, lo confesso, all’inizio ho guardato questi abitanti del pianeta Marte con sospetto, poi con simpatia che si è trasformata in ascolto, interesse, coinvolgimento.

Già, coinvolgimento: il clima elettrizzante, gli interventi appassionati, persone con un livello di empatia ben al di sopra rispetto a quello a cui ero abituata, creatività, freschezza. Ho conosciuto gente interessantissima e straordinaria (Annamaria Anelli o Deborah Ugolini solo per fare un paio di nomi).

Insomma, mi è piaciuto un sacco questo FreelanceCamp 2016. Mi è piaciuto talmente tanto che l’anno dopo, nel 2017, mi sono detta: dai che parlo anch’io. Porto il mio contributo di tanti anni di esperienza aziendale (magari serve). E ho fatto un intervento sul business plan. Ma, riguardandolo adesso, l’ho fatto da “aziendale” non da freelance, ovviamente. Perché non potevo fare diversamente.

Ho preparato le mie slides, la bibliografia, tutto accuratamente, come sempre facevo in azienda (e faccio anche ora). Direi che sono stata professionale ma, non so, rivedendo il video e riascoltandomi ora direi che sono stata un po’ algida. Mi mancava la passione del freelance.

Alla fine dello speech, sorprendendo anche me stessa visto che non era nelle slides, ho fatto una dichiarazione. Forse l’emozione, forse l’atmosfera coinvolgente, insomma ho detto che di lì a qualche mese sarei andata in pensione, che volevo prendere la partita iva e che facevo la promessa di diventare un freelance.  E sono qui oggi perché ho mantenuto la promessa.

Dal 1° maggio 2018 sono passata anch’io nell’altra metà del cielo. Dopo un anno di forfettario adesso sono persino in regime ordinario. Come dicevo prima? Partita iva? Commercialista? Fatturazione? Problemi di incassi? Adesso so tutto (non è vero ma è solo per rendere l’idea. Se non avessi il Commercialista che mi porta di peso mi sarei persa da un pezzo).

Due anni da freelance. Anzi, per la verità, il primo da freelance solo nominalmente perché il mio principale cliente era la mia azienda storica. Da luglio dell’anno scorso mi sono, finalmente, staccata e ho iniziato veramente la mia nuova vita professionale.

Cosa faccio adesso? Mi occupo sempre di marketing, sempre nell’ambito della cultura e, in particolare, del mondo bibliotecario. Faccio consulenze prevalentemente per un’azienda, tengo corsi di aggiornamento professionale per l’Associazione Italiana Biblioteche, ho scritto due libri pubblicati dall’Editrice Bibliografica e dal prossimo autunno sarò docente a contratto per il Dipartimento Beni Culturali dell’Università di Bologna.

Ok. E allora? Direte, mica ci interessa il tuo curriculum! Cosa c’è di nuovo, veramente?

Il lavoro è sempre tanto, come prima. Ma ci sono nuovi spazi, la capacità di scegliere, un pizzico di fantasia in più (forse molto più di un pizzico) ma soprattutto una diversa consapevolezza di sé.

Non c’è più l’azienda davanti. Ci sono io. E questa è una sensazione nuova ed è molto, molto piacevole. Mi sono accorta che non parlo più l’aziendalese. Aziendalese non nell’accezione usata da Annamaria Anelli e Luisa Carrada quando ci evidenziano l’uso di un linguaggio poco comprensibile e non comunicativo. Piuttosto, aziendalese inteso come manifestazione di una mentalità, di un modo di pensare e di porsi nei confronti di argomenti, problemi, dinamiche anche professionali.

Essere freelance è diverso: si ha una libertà di pensiero, di azione e anche una dosa di creatività che prima non erano così facilmente individuabili. È il valore aggiunto del muoversi in un universo in cui si è prima di tutto persone. Con le proprie caratteristiche, esperienze e anche con i propri limiti.

Le aziende con cui ho lavorato mi hanno dato molto: esperienza, possibilità di formarmi e crescere, il lavoro di squadra. Non è un’esperienza che giudico negativamente, anzi (soprattutto la prima la ricordo come una vera e propria scuola). Ma c’è una differenza sostanziale rispetto allo stato di freelance. Manca quella che definirei con Kundera la “leggerezza dell’essere”.

Da dipendente non avrei mai scritto i miei due saggi che, anche se brevi, sono stati un’esperienza nuova e interessante. Non avrei mai avuto il mio blog, annabusa.it e non avrei mai potuto relazionarmi con l’università. Ma non è solo questo. 

Certo, ci può essere un rovescio della medaglia. Conosco freelance che a seguito delle difficoltà della libera professione hanno dovuto rinunciare e diventare dipendenti. Ci sono difficoltà a volte quasi impossibili da superare e occorre, purtroppo, adeguarsi.

Sono però convinta, che chi ha avuto un’esperienza da freelance riesce (e riuscirà) a mantenere una sua dimensione di libertà mentale che è diversa da chi è sempre e solo stato dipendente. E questo si trasmetterà anche nel lavoro svolto nell’ambito di una organizzazione strutturata.

Almeno mi piace pensarlo.

Così come mi piace pensare che la responsabilità di come sono oggi sia ben identificata e chiara. Infatti, lo si è capito benissimo, la colpa è tutta del FreelanceCamp.

Marina Romea 8 settembre 2020, il programma completo