Alessandra Frontini: una museologa in prestito alla scienza

Questa volta lo Spazio ospiti ci offre un incontro speciale! Una museologa che descrive la sua esperienza di Social media Manager per un Museo della scienza come il Balì in un blog di una fisica prestata al marketing … dai … non si era mai letto !!

A parte le battute, ecco Alessandra Frontini che ci racconta di sè e della sua splendida avventura …

Mi presento, mi chiamo Alessandra Frontini e lavoro al Museo del Balì. Probabilmente non conoscerai questo museo e il nome misterioso non aiuta. Per cui ti svelo che si tratta di uno dei principali musei di scienza in Italia e del secondo museo più visitato delle Marche (il primo è niente po’ po’ di meno che il Palazzo Ducale – Galleria della Marche a Urbino). Per il Balì, come lo chiamiamo tra amici, mi occupo di Social Media Management e poi dell’Ufficio Stampa. In quest’ordine preciso!

Ti lascio al volo alcuni numeri per rendere l’idea: 300 metri quadri, una villa storica del 700, 9 sale tematiche, 50 exhibit interattivi, un planetario digitale da 60 posti, un osservatorio astronomico e circa 50.000 visitatori l’anno pre-pandemia. Ora non lo sappiamo perché un anno intero senza chiusure a singhiozzo non siamo riusciti a farlo.

La strada che mi ha portata al Balì

È stata lunga e tempestosa… scherzo! In realtà è stato un percorso internazionale ed in cui il leitmotiv è stata la determinazione. La determinazione nel voler lavorare in un museo, se possibile un museo vicino alla mia città (ndr. sono anconetana). Durante la triennale in Lettere Moderne a Bologna ho trascorso un anno in Erasmus a Parigi 8.

Lì mi sono follemente innamorata, non di un parigino, ma della mia Professoressa di Museologia. O meglio della materia che insegnava. Ho riscoperto un amore di cui sicuramente la colpa – ma anche il merito – è da attribuire ai miei genitori che dalla tenera età di 5 anni ci hanno trascinate in musei di tutta Europa. Io sono diventata museologa, mia sorella copywriter a Sydney. A qualcosa sarà servito!

Ma torniamo al cursus studiorum (in latino fa tutto più “figo”, alla faccia dell’inglese). Dopo la folgorazione parigina cerco ovunque una specialistica in Museologia. Neanche a dirlo, in Italia la ricerca produce scarsi risultati, sarebbe più corretto dire nulli, mentre in Europa invece qualcosa di buono si trova. Dopo essere stata ammessa alla Sorbona, a Neuchâtel e a Liegi opto per quest’ultima. Non foss’altro che i belgi, popolo fantastico, decidono di pagarmi per andare a studiare da loro. Letteralmente. In pratica, vinco una borsa di studio per studenti stranieri che decidono di andare a fare il Master da loro. Ah, se non lo sapessi nel resto d’Europa il Master equivale alla nostra specialistica e dura 2 anni.

Arrivo al dunque, il master en musèeologie è stato S-P-E-T-T-A-C-O-L-A-R-E. Eravamo in pochi, una ventina di studenti, e a guidarci in questo mondo c’era il fantastico Andrè Gob. Museologo di fama internazionale, membro dell’ICOM, i cui libri ti consiglio vivamente se lavori in questo ambito. Finisco il Master con il massimo dei voti ottenibili in ambito francese, 18/20, e tento la strada del dottorato che purtroppo si arena. Tornata in Italia faccio un po’ di tirocini qua e là per poi ottenere un Master in Management delle Risorse Artistiche e Culturali alla IULM. Tralasciando alcune piacevoli esperienze lavorative in musei italiani e spagnoli, approdo al Museo del Balì passando il colloquio come animatrice scientifica.

Una cassa di risonanza per la creatività

Nel giro di un paio di anni, per merito di una Direttrice ed un paio di Presidenti illuminati, riesco ad “appropriarmi” dei canali social del museo e della loro gestione. Lo scorso anno, per esigenze interne, eredito anche la gestione dell’ufficio stampa in toto. Quando ai Festival sento dire che “il messaggio deve essere coordinato” e ci deve essere un confronto costante col team, mi scappa sempre un sorriso. E se anche tu sei l’unico del tuo team probabilmente condividerai questo mio pensiero misto di soddisfazione ma con un retrogusto di amaro.

In compenso, nella situazione in cui mi trovo, è impossibile uscire con la comunicazione in modo asincrono. Sai esattamente a che punto sei arrivato e tutta la montagna di lavoro che ti resta da scalare. Ehm, pubblicare. In pratica: te la canti e te la suoni.

Questo “one man show” nel mio caso “woman” ha anche i suoi vantaggi: hai più o meno cartabianca, la creatività fluisce libera e ti resta solo da chiedere il via libera del Direttore. Nel mio caso della Direttrice. A essere sinceri non è proprio un one woman visto che abbiamo un grafico che ci supporta e un fotografo. L’onnipotenza creativa non è stata ancora inventata. O comunque non mi appartiene.

Sicuramente aiuta lavorare in un museo in cui l’innovazione e la sperimentazione sono le parole chiave, a partire dalla fruizione del museo da parte dei visitatori. Nel corso degli anni mi sono permessa di sperimentare. Alcune cose hanno funzionato, altre un po’ meno. Come è normale che sia.

La mia ossessione per le recensioni

Tra le cose sperimentate, vorrei raccontarti di quando ho deciso di condividere le recensioni che ci arrivavano. Non quelle positive da 5 stelline, quelle “sono boni tutti” come direbbe mia nonna. Ma quelle negative negative, da una stellina, quelle che i miei colleghi d’istinto mi hanno consigliato di cancellare.

L’istinto e la mia amigdala offese avrebbero portato anche me a cancellarle. Ma da quando combatto con le persone sui social – un duello enormemente più difficile che di persona – ho imparato una lezione: non rispondere mai di petto, né a un commento né a una recensione. A nulla.

La lascio depositare. Di solito almeno un giorno. Cosicché la mia razionalità e i 10 anni di pratica yoga abbiano il tempo di prendere il sopravvento. E mi ricordo e ripeto come un mantra che:

  1. Le recensioni negative sono il miglior spunto di miglioramento che potrò mai avere. Sono consigli, anche se spesso in tono poco costruttivo, del tutto gratuiti. C’è chi paga un consulente. Io ho le recensioni. Almeno sono gratis
  2. Posso essere utili tanto a te quanto ai nostri visitatori. Affinché non compiano gli stessi errori dei loro predecessori.
  3. Alcune recensioni si commento da sole, alias non serve rispondere. Sono talmente fuori luogo che perdono validità in modo totalmente autonomo.
  4. Esistono, benché siano rare, delle recensioni completamente fallaci e davvero cattive. Del resto una percentuale della popolazione completamente fuori senno c’è. Lo stesso vale per il popolo web.
  5. Dopo aver migliorato ciò che potevo migliorare, rispondo pubblicamente e in modo educato. Il 99% delle volte mi scuso e racconto come pensiamo di migliorare in futuro alla questione sollevata nella recensione. Ma che questo va fatto, lo sapevi già.
Per leggere l’originale

Insomma, non tutte le recensioni negative vengono per nuocere, anzi. Personalmente le considero il mio miglior alleato. Un interlocutore. Sarà forse per la questione del one woman show di cui sopra?! Una cosa è certa, al pubblico non sfugge nulla. Potrai far leggere quella locandina a tutti i tuoi colleghi ma se c‘è un refuso in agguato, saranno i tuoi followers e/o haters a scoprirlo. Una volta che avrai accettato quest’assioma il vostro rapporto di amor et odio migliorerà di sicuro.

Le conclusioni non possono mancare mai

Questa è la mia piccola esperienza come Social Media Manager di un museo fuori dagli schemi come il Museo del Balì. Un contesto extra-ordinario. Un luogo che ha la capacità di trasformare il tuo talento elevandolo al quadrato. Spero che anche tu possa incontrare nella tua vita un luogo così e soprattutto riconoscerlo.

E questa è una recensione positiva che a me (Anna) piace tantissimo !! (post originale)

Copyright: il testo è di Alessandra Frontini, le foto, consegnate da Alessandra, sono di Wilson Santinelli. Tutti i diritti, testo e foto, sono riservati.