Raccontare la biblioteca: le parole scelte, usate, salvate. Con stile.

Vera Gheno, sociolinguista specializzata in comunicazione digitale , sostiene che “ognuno di noi è le parole che sceglie” (da ascoltare con attenzione il suo intervento al TEDx di Montebelluna del 2018).

È vero non solo per le persone, è vero anche per le aziende e le istituzioni, per i media, per tutto il mondo della Cultura e, soprattutto, per le biblioteche. Teche di libri e, quindi, teche di parole. Ogni biblioteca è (anche) le parole che sceglie per raccontarsi: che descrivono il suo patrimonio, che creano occasioni di incontro, che insegnano a distinguere e comprendere.

Come usarle (nella comunicazione digitale)

La comunicazione digitale (della biblioteca), in particolare, ha necessità di parole usate in modo diverso rispetto al testo scritto. Leggere dallo smartphone non è come leggere un foglio A4. Per i social (e non solo) occorrono testi snelli e fluidi. Quando scriviamo una pagina del nostro sito bisogna che il testo sia comprensibile anche ai motori di ricerca e si sa che Google, da buon algoritmo, ha le sue regole.

Abbiamo bisogno di frasi brevi, che semplifichino frasi complicate e siano composte da parole chiare, naturali e, sì, anche garbate. Frasi con cui abbandonare l’istituzionalese, connotate da un tono di voce piacevole. Tutto questo permette di entrare nel mondo del linguaggio naturale e della comunicazione diretta, comprensibile, per tutti.

Salvarle

Ci sono anche “parole da salvare” a cui nel 2019 Zanichelli ha dedicato una campagna. “Sono 3.126 le parole che nell’edizione 2020 del vocabolario Zingarelli sono accompagnate da un fiorellino ♣. E’ il simbolo grafico che le contrassegna come “Parole da salvare”. Sono voci come nababbo, intrepido, quatto, filibustiere, evocative e affascinanti, che però rischiano di essere dimenticate a vantaggio di sinonimi più comuni“. Cit dal sito Zanichelli

E una volta identificate, perché salvarle e come ? E cosa c’entrano con la comunicazione digitale della biblioteca?

Stupire, con stile

Come scrive Luisa Carrada in un suo post, “per salvare le parole, (audacemente) usarle“. E, quindi, perché non osare un pochino di più quando scriviamo i nostri testi? Chi meglio dei professionisti della Cultura, dei bibliotecari, può accompagnarci a scoprire parole meno usate? Spesso più suggestive di quelle ormai fruste e inflazionate … Come scrive Luisa Carrada:

Perché, quindi, non usare qualche termine che offra una giusta alternativa all’ovvio? La biblioteca, grazie alle competenza e alla creatività dei bibliotecari ci può offrire testi nitidi e penetranti che favoriscono la nascita di nuovi incontri fra e con le parole. Noi lettori, ci contiamo.