Crea sito

Raccontare la biblioteca: le parole scelte, usate, salvate. Con stile.

Vera Gheno, sociolinguista specializzata in comunicazione digitale e docente all’Università di Firenze, sostiene che “ognuno di noi è le parole che sceglie” (da ascoltare con attenzione il suo intervento al TEDx).

È verissimo e non solo per le persone. È vero anche per aziende e istituzioni, per i media, è vero anche per tutto il mondo della Cultura e, soprattutto, per le biblioteche. Teche di libri e, quindi, teche di parole. Ogni biblioteca è (anche) le parole che sceglie per raccontarsi. Parole che descrivono il suo patrimonio, che creano occasioni di incontro, che insegnano a distinguere e comprendere.

Come usarle (nella comunicazione digitale)

La comunicazione digitale (della biblioteca), in particolare, ha necessità di parole usate in modo diverso rispetto al testo scritto. Leggere dallo smartphone non è come leggere un foglio A4. Per i social (e non solo) occorrono testi snelli e fluidi. Quando scriviamo una pagina del nostro sito bisogna che il testo sia comprensibile anche ai motori di ricerca e si sa che Google, da buon algoritmo, ha le sue regole.

Abbiamo bisogno di frasi brevi, che semplifichino frasi complicate composte da parole chiare, naturali e, sì, anche garbate. Frasi con cui abbandonare l’istituzionalese, connotate da un tono di voce piacevole. Tutto questo permette di entrare nel mondo del linguaggio naturale e della comunicazione diretta, comprensibile, per tutti.

Salvarle

Ci sono anche “parole da salvare”, il progetto che Zanichelli porta avanti da tempo, è dedicato proprio a quelle parole che sono usate pochissimo, rischiano di sparire (o sono già praticamente sparite) dal nostro lessico.

Sono circa 3.000 termini che, nel vocabolario della lingua italiana Zingarelli, hanno stampato accanto un fiorellino, e che rappresentano un patrimonio di parole preziose, espressive, icàstiche, come direbbe Italo Calvino (a sua volta una parola da salvare!), oggi cadute, ahinoi, in semi-disuso.

dal sito Zanichelli

Anche Massimo Arcangeli porta il suo contributo al salvataggio, infatti a questi termini desueti dedica un approfondimento o, meglio dire, un salvataggio, nella sua rubrica ne Il Post.

Esempi di parole da salvare le troviamo anche nelle stories Instagram di Zanichelli:

  • alchimia
  • bizzarro
  • esimio
  • filibustiere
  • garbuglio
  • intrepido
  • lunatico
  • marachella
  • nababbo
  • onirico
  • quatto
  • soqquadro
  • utopia
  • zizzania

E una volta identificate, queste parole, come le salviamo? E cosa c’entrano con la comunicazione digitale della biblioteca?

Stupire, con stile

Come scrive Luisa Carrada in un suo post dello scorso settembre,

Per salvare le parole, (audacemente) usarle

E, quindi, perché non osare un pochino di più quando scriviamo i nostri testi? Chi meglio dei professionisti della Cultura, dei bibliotecari, può accompagnarci a scoprire parole meno usate? Spesso più suggestive di quelle ormai fruste e inflazionate …

… ogni tanto non potremmo sostituire il logoro sorprendere (“Lasciati sorprendere…)” con allettare, ammaliare, strabiliare, stupefare?

Abbondanza ha due belle alternative in profusione e tripudio.

Invece di suggerire e raccomandare, se per una volta caldeggiassimo?

Un percorso può essere sì articolato in e costituito da, ma anche scandito e costellato

… mentre i successi possono essere anche inanellati.

Articolo citato

Perché, quindi, non usare qualche termine che offra una giusta alternativa all’ovvio? La biblioteca (tramite i bibliotecari) ci può offrire testi nitidi e penetranti che favoriscono la nascita di nuovi incontri fra e con le parole. Noi lettori, ci contiamo.

Le parole